Stavo leggendo gazzetta.it per cercare di rilassarmi, di alleggerire l'inquietudine di quel lunedi pomeriggio. Erano le 10:34.
La tensione cresceva con l'avvicinarsi della partenza. Le ultime notti avevo dormito poco e male e forse fu per questo che, senza preavviso, senza rendermene conto, passai dalla lettura al sonno. E sognai.

Viaggiavo in macchina, partito da Roma, su un'autostrada deserta, senza sapere dove fossi diretto. Sulle prime la cosa non mi preoccupava: ben presto, pensavo, avrei incontrato dei segnali stradali, avrei capito dov'ero e soprattutto mi sarei ricordato perché ero partito. Ma su quell'autostrada non c'erano segnali e nemmeno altre auto. Allora venivo preso dalla tristezza, perché capivo che in quel viaggio non c'erano né partenza né destinazione. Poi, a un certo punto, guardando nello specchietto retrovisore, mi accorgevo di una grossa macchina scura, con un lampeggiante e una sirena. Arrivò vicinissima, fin quasi a tamponarmi e la sirena, sempre più rabbiosa, mi lacerava le orecchie.

Sbarrai gli occhi e ci misi ancora parecchi secondi prima di trovare tentoni la sveglia e farla smettere di suonare. Il meteo sullo schermo del telefono segnava 16 gradi e Pioggia.

Un'ora dopo imboccavo l'autostrada A2, questa volta nel mondo reale, in viaggio verso la mia nuova vita. Il navigatore indicava , da a Zurigo. Prendere la decisione non era stato facile ma, se il futuro cui andavo incontro avesse mantenuto le sue promesse, in pochi anni sarei stato un uomo ricco, pensavo. Cos'avrei fatto di quella possibile ricchezza era meno chiaro, ma il problema me lo sarei posto al momento opportuno, mi dissi inserendo nel lettore il cd di Highway 61 e lasciando che, dopo qualche istante, le note di Like a Rolling Stone invadessero l'abitacolo.

Guidavo tranquillo, ad andatura regolare e, come capita in autostrada, cominciai ad avvertire una specie di trance, simile a quella che si prova disegnando, o inseguendo un'idea nuova.
Il tempo perse consistenza mentre la percezione si amplificava. I colori – della campagna, del cielo, delle nuvole – diventarono più intensi, le parole e il ritmo della musica più carichi di significato, le forme del paesaggio più nette e, in un paradosso solo apparente, mutevoli.

Mi fermai a una stazione di servizio nei pressi di Como solo quando mi resi conto che la lancetta del carburante era ormai arrivata vicino alla tacca della riserva. Dopo aver fatto rifornimento andai a prendermi un cappuccino e una fetta di crostata. Non so perché ma il mio ricordo più vivo è proprio di quella colazione tardiva: mi sembra di sentire ancora adesso la pasta frolla sbriciolarsi sotto i denti e il sapore della marmellata di amarene che si mescola alla schiuma dolce del cappuccino.

Ero appena uscito dal bar quando sentii uno scoppio di voci concitate.
Vicino alla zona di sosta per le vetture c'erano due tizi piuttosto grossi che litigavano con un ragazzo e una ragazza. In realtà "litigavano" non è la parola esatta. Uno dei due aveva inchiodato al muro il ragazzo, stringendogli il collo, l'altro teneva ferma la ragazza, che gridava e chiedeva aiuto.
Nessuno si sognava di intervenire. Qualcuno guardava la scena, a distanza. Qualcuno si affrettava a raggiungere la propria auto fingendo di non accorgersi di nulla. Per qualche istante ebbi la sensazione che nella fisionomia dei due teppisti ci fosse qualcosa di stranamente familiare. Mi avvicinai, cercando di vincere l'impulso a farmi anch'io i fatti miei.

Fu in quel momento che vidi il vecchio. In realtà non aveva nulla di senile nella figura e nel portamento. Era alto e asciutto, ma non magro.
Capelli bianchi, e cortissimi; barba uguale. La faccia colorita e sana di chi ha sempre vissuto all'aria aperta e continua a farlo, nonostante l'età. Malgrado il clima autunnale, indossava pantaloni cargo, una pesante camicia di flanella e un giubbotto di pelle invecchiata.
Portava un borsone a tracolla su una spalla.
Guardandolo riconobbi la stessa, surreale sensazione di familiarità che avevo provato guardando i due.
«Per piacere, smettetela e andate via» disse, toccando sulla spalla quello che stava malmenando il ragazzo. Il tono era cortese, come se stesse chiedendo di spostare un'auto che ostruiva il passaggio.

«Tu chi cazzo sei?» disse il tipo, lasciando il ragazzo e girandosi.
L'uomo non rispose. Rimase lì, senza dire nulla, stringendosi appena nelle spalle.
«Vattene, nonno. Sei troppo vecchio, nemmeno mi diverto a spaccarti la faccia.»
L'altro poggiò il borsone per terra, come per non essere intralciato nei movimenti. Io feci un passo avanti. Non ne avevo nessuna voglia, ma a quel punto sembrava inevitabile intervenire. «Va bene, come vuoi tu» disse il balordo, e fece partire uno schiaffo.

Il movimento era quasi noncurante, come di chi voglia sbarazzarsi senza sforzo di un molesto contrattempo. La scena che seguì non è facile da descrivere, perché mi parve insieme velocissima e come al rallentatore.
La rivedo precisa nella memoria e al tempo stesso non riesco a decifrarne i singoli passaggi.

Il vecchio schivò lo schiaffo con un movimento aggraziato. Forse afferrò la mano del teppista, forse lo colpì, forse si limitò ad assecondare il suo slancio scomposto. Fatto sta che l'altro cadde rovinosamente, senza capire cosa gli era successo. Il secondo a quel punto lasciò andare la ragazza – che nel frattempo aveva smesso di gridare, stupefatta come tutti per quello che stava accadendo – e si lanciò verso il vecchio.

Di nuovo una schivata, ancora più rapida, quasi un balenio di luce; forse un colpo con la mano aperta, ma l'azione fu troppo veloce perché riuscissi a distinguerne i dettagli. Anche il secondo cadde a terra rovinosamente.
I due si alzarono e ci riprovarono. Senza successo. Un combattimento rituale. I movimenti dell'uomo erano così rapidi ed eleganti che sembrava quasi che i due gli passassero attraverso, come se lui non avesse consistenza materiale.
Ho fatto arti marziali per anni, ma non avevo mai visto una cosa simile in vita mia.
I due se ne andarono, uno di fianco all'altro, come due arlecchini bastonati. Il ragazzo e la ragazza balbettarono qualche parola di confuso ringraziamento e andarono via anche loro.

Io rimasi lì, cercando di elaborare il mio stupore.
«Sta ripartendo?» mi chiese il vecchio, con un accenno di sorriso.
«Scusi?»
«Le chiedevo se si sta rimettendo in viaggio.»
«Sì» risposi, e poi, come se fosse necessario dare qualche spiegazione: «Mi sono fermato per la benzina e per prendere qualcosa al bar, ma adesso riparto. Ho ancora parecchia strada davanti.»
«Posso chiederle un passaggio?»

Non risposi subito. Forse mi aspettavo che aggiungesse qualcosa. Per esempio: che spiegasse come mai chiedeva un passaggio in un autogrill. Cioè come ci era arrivato, e dove voleva andare. Ma lui non aggiunse nulla.
«Certo» dissi infine, indicando la direzione per raggiungere la mia auto.

Sedeva composto con le mani grandi e muscolose, appoggiate sulle gambe. Mi ricordavano quelle di un contadino incontrato nella mia infanzia remota. Non so esattamente dove e quando. Nemmeno riesco a mettere a fuoco la faccia di quel contadino. Ho solo questa immagine di lui che prendeva un'arancia, con quelle mani che sembravano di cuoio, e senza sforzo la spaccava in due. Gli spicchi succosi brillavano sulla pelle bruna, come fossero dotati di luce propria.
«Ovviamente lei è un esperto di qualche arte marziale.»
«Si intende di arti marziali?»
«Ho fatto karate per parecchi anni.»
«Perché ha cominciato?»
«Due balordi che venivano alla mia scuola mi avevano preso di mira, io volevo imparare a difendermi e...» mi interruppi bruscamente.
Ecco perché i due teppisti di poco prima mi erano parsi familiari.
Assomigliavano moltissimo – ovviamente invecchiati di una quindicina di anni – a quei due, che erano stati la mia ossessione per un intero anno scolastico. Se la cosa non mi fosse sembrata totalmente assurda, avrei detto che erano proprio loro.
«Così decise di imparare a difendersi. Si allena ancora?»
«No, ai tempi dell'università ho smesso. Non ce la facevo con lo studio.»
«Peccato. Dovrebbe riprendere. Certe cose, nelle arti marziali, si capiscono solo quando si diventa un po' più vecchi. Cosa studiava?»
«Fisica.»
«Ah, e adesso cosa fa?»
Feci un respiro profondo. Forse raccontare tutta la storia a un estraneo era quello che ci voleva per allontanare gli ultimi dubbi. Mi resi conto che appena toccato l'argomento, avevo accelerato involontariamente oltre il limite di velocità consentito. Riportai l'auto sotto i 130 chilometri all'ora prima di rispondere.
«Ero un ricercatore ma ho accettato un'offerta molto vantaggiosa da una grande società finanziaria. Vado a lavorare da loro.»
«Interessante. Come mai una società finanziaria decide di assumere un fisico?» La domanda aveva una strana intonazione, come se lui non fosse davvero interessato alla risposta. Come se la conoscesse già.
«È una cosa strana, ma molte categorie della fisica teorica, in particolare della fisica statistica, si adattano perfettamente alla lettura dei mercati finanziari e alla previsione dei loro comportamenti. Non sappiamo perché ma è così. I fisici teorici sono molto ricercati nel mondo della finanza.»
«Una buona cosa, dunque.»
«Sì, certo.»
«Non sembra del tutto convinto.»
Era da due mesi, sin da ottobre che riflettevo su quella decisione; prenderla non era stato facile – anzi diciamolo: era stato molto penoso per molte ragioni. Non avevo voglia di ritornare sui miei passi. «No, sono convinto.»
Lui annuì di nuovo.
«Di cosa si occupava, esattamente, come ricercatore?»
«Studiavamo la possibilità di realizzare un computer di nuovissima concezione, completamente diverso da qualsiasi cosa esista oggi...»
«Il computer quantistico» m'interruppe lui.
Il computer quantistico non è una nozione comune. Anche solo riuscire a immaginarlo è complicato. Sfruttando alcune caratteristiche paradossali della materia infinitamente piccola permetterà di sviluppare una potenza di calcolo che adesso nemmeno riusciamo a concepire: sarà in grado di fare, in pochi secondi, dei calcoli che anche al più potente dei computer di cui disponiamo oggi richiederebbero centinaia, se non migliaia di anni.
Fuori dal campo stretto degli addetti ai lavori è un concetto sconosciuto. Che ne sapeva lui?
«Perché abbandona la ricerca per andare a lavorare nel mondo della finanza?» domandò, interrompendo il flusso dei miei pensieri.
«Mi pagano cinque volte di più il primo anno; dieci il secondo. Poi ricontratteremo le condizioni.»
«Ah, certo, è un'ottima offerta.» Parve sul punto di dire altro e invece rimase in silenzio. Nessuno dei due parlò per almeno dieci minuti. Alla fine fui io a cedere.
«Mi sembra perplesso.»
«Ha ragione. È che la sua storia mi ha ricordato un episodio della mia vita, quando avevo, più o meno, la sua età. Anch'io mi trovai a fare una scelta, prendere una decisione.»
Avrei voluto chiedergli che scelta aveva fatto, che decisione aveva preso. D'un tratto mi pareva importante, per capire. Ma il modo in cui aveva chiuso la sua frase diceva che l'argomento era esaurito.
«Ha già dato le dimissioni dall'università?»
«Sono in aspettativa. Ma forse tra un paio di mesi, a febbraio, una volta sistemato tutto con il nuovo lavoro, darò le dimissioni, sì.»
«Allora fa ancora in tempo a cambiare idea.»
«No, non credo. Ci ho pensato a lungo e ormai ho deciso.» Mi accorsi della nota di tensione che vibrava nella mia voce.
«Certo è un peccato.»
«Perché?»
«Fra una decina di anni avremo i primi computer quantistici. Fare parte di questa scoperta sarà straordinario, per chi ci sarà.»
«Come fa a dire: fra una decina di anni?»
«Così, una congettura.»
La strada scorreva regolare. Il paesaggio cambiava come obbedendo agli ordini di una regia elegante, che volesse suggerire significati nascosti.
«Secondo lei non avrei dovuto accettare l'offerta?»
Non rispose subito. Si frugò nelle tasche del giubbotto e ne tirò fuori un taccuino e una penna. Scrisse qualcosa.
«Cosa sognava di fare, da ragazzo?»
«Lo scienziato. Quando ero piccolo mi piacevano le nuvole, ne andavo pazzo, e allora dicevo che avrei fatto il meteorologo. Perché appunto volevo studiare le nuvole, e così avrei capito il segreto delle loro forme. Poi scoprii di essere bravo in matematica e fu abbastanza naturale studiare fisica.»
«C'è una poesia di Baudelaire, che parla di nuvole e viaggiatori. Dice qualcosa del genere: "I veri viaggiatori partono per partire, e basta... i loro desideri hanno la forma delle nuvole".»
Non dissi nulla, perché quelle parole mi spezzarono il cuore di nostalgia e di rimpianto.

Il sole era tramontato da un po'. Stava calando la sera e il cielo azzurro cupo Svizzera era pieno di grandi, misteriose nuvole bianche. Non gli avevo chiesto dove voleva che lo accompagnassi. Questo mi fece pensare che, comunque, presto ci saremmo separati e il pensiero mi rese triste.
«Lei crede che io abbia sbagliato ad accettare quella proposta, vero?»
«Sarebbe bene che ci fermassimo per riposare. Lei è stanco, e non è prudente guidare per troppe ore di seguito» disse lui per tutta risposta.
Così ci fermammo in un'area di servizio poco fuori Lucerna. Era deserta e le auto che sfrecciavano sull'autostrada sembravano entità astratte. Tutto sembrava astratto, e sospeso sull'orlo del tempo.

«C'è un libro di Bertrand Russell che si intitola La conquista della felicità. Lo conosce?» mi domandò.
«L'ho sentito nominare, ma non l'ho letto.»
«Dovrebbe. Russell era stato un uomo molto infelice. Diceva di avere spesso pensato al suicidio, durante l'adolescenza, e di avere scartato l'idea solo perché desiderava vivere per studiare la matematica. Probabilmente scrisse quel libro per cercare di alleviare la sua infelicità, prima che quella degli altri.»
Si interruppe e scrisse qualche altra cosa, come se gli fosse venuta un'idea improvvisa e non volesse rischiare di perderla. Poi appoggiò il taccuino e la penna sul cruscotto.
«Insomma, in questo libro lui dice che per essere felici si dovrebbe scegliere il proprio lavoro come se il denaro non esistesse.»

Nella penombra mi parve che la sua fisionomia diventasse evanescente, quasi perdesse consistenza. Fuori balenò una lama di luce, simile a quella di qualche ora prima, durante lo scontro con i due teppisti.
«Lei è d'accordo con questa idea?»
«Buona domanda. Qualcuno ha detto che se il denaro non fa la felicità, la mancanza di denaro può facilmente fare l'infelicità. Così non mi sento di giudicare una scelta motivata da un'ottima prospettiva di guadagno.»
«Riformulo la domanda: lei cosa avrebbe fatto al mio posto?»
«Cosa farei al suo posto, è la domanda giusta. Mi pare che la sua decisione non sia ancora irrevocabile. A me piacerebbe partecipare a una grande scoperta scientifica. Avrei proprio voglia di essere lì, quando accadrà. Sognavo una cosa del genere sin da quando ero bambino.»
«Ma lei cosa fa?»
«Altra ottima domanda. Temo che dipenda da lei, cosa avrò fatto.»
«Cosa avrò fatto? Che vuol dire?»
Non rispose. Rimase in silenzio, a lungo, e a un certo punto mi parve si fosse quasi assopito. Intorno alla macchina altri bagliori, simili a quelli di prima, di cui non si capiva la provenienza, né la causa.
«Ma cosa sono queste luci?» chiesi, persuaso che non mi avrebbe risposto.
«Significano che il mio tempo sta per scadere. Da dove vengo, incursioni come questa sono concesse, ma solo in casi eccezionali. E non possono durare a lungo.» Ancora una volta quell'impressione di evanescenza. Il suo viso pareva quasi fluttuare nell'oscurità, e mescolarsi a essa.
«Io non capisco quello che dice.»
«Adesso dorma. È molto stanco e, qualunque cosa decida, domani le toccherà guidare a lungo.» Così dicendo, mi toccò una spalla. Quasi all'istante fui avvolto da un torpore invincibile e sprofondai delicatamente nel sonno.

Mi svegliai all'alba. L'uomo non c'era e nemmeno c'era il suo borsone. Uscii dall'auto e ispezionai, ma c'era poco da ispezionare. Era una normale area di servizio: alcune panchine, una tettoia, un parcheggio con cartelli in Tedesco, un prato che finiva con un recinto. Dall'altra parte c'era l'autostrada. Il posto era deserto, come la sera prima.
Rientrai in macchina, non avendo la minima idea di cosa fare o di cosa pensare. Fu mentre mi guardavo attorno alla ricerca di un'idea, che vidi il taccuino, sul cruscotto.

Lo aprii, sperando di trovare un indirizzo, un nome, un numero di telefono. Non c'erano indirizzi, nomi o numeri di telefono. Invece c'era un racconto, scritto con una grafia nitida, familiare e inquietante. Mi ci volle qualche secondo per rendermi conto che era identica alla mia. Era la mia.
Lessi tutta la storia fino a questo punto. Rimaneva una sola pagina bianca: l'ultima.

Mi sentii invadere da una frenesia allegra, da un senso di consapevolezza euforico. Misi in moto, ripresi l'autostrada e al primo svincolo invertii la direzione di marcia, mettendomi in viaggio verso Roma. Pensai che, dovunque fosse in quel momento, il vecchio sarebbe stato contento.
Il cielo davanti a me era grandioso di azzurro e di nuvole.

Fine

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Gianrico Carofiglio

Gianrico Carofiglio (Bari 1961) ha scritto racconti, romanzi, saggi. I suoi libri, sempre in vetta alle classifiche dei best seller, sono tradotti in tutto il mondo. Ha creato il popolarissimo personaggio dell'avvocato Guido Guerrieri. Il suo romanzo più recente è L'estate fredda, con protagonista il maresciallo dei carabinieri Pietro Fenoglio.

Scritta da
Gianrico Carofiglio

e resa unica da te

Pubblicato da
Mercedes-Benz Italia

Ideato da
Gruppo Roncaglia
in collaborazione con
Google ZOO
Visual Editions

Design e realizzazione a cura di
Psycle

Dati climatici forniti da
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Dicembre 2016

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La forma
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